Con piacere pubblichiamo la testimonianza del nostro volontario Matteo:
Me lo ricordo molto bene il momento in cui ho deciso di intraprendere questa esperienza. Ero in macchina con mia sorella, stavamo tornando dalla palestra e per casualità è venuto fuori l’argomento del volontariato nel suo reparto di hospice, dove lavora come infermiera. E io mi sono detto: “Perché no?”. Mi sarebbe stato utile anche per ricevere del credito in più per l’esame di maturità in quinta superiore: la vidi come una motivazione in più per provare. Proprio per questo, allora non realizzai ancora quanto sarebbe potuto essere “pesante” e difficile emotivamente fare volontariato a contatto con persone così fragili, ma forse è proprio grazie a questo che ho realizzato l’importanza di certi valori.
Sono da sempre una persona, come dire, quasi distaccata. Certo, non del tutto, so leggere una stanza, ma mi è spesso difficile legare emotivamente o comunque provare empatia verso persone in difficoltà. Questo, probabilmente, è uno dei motivi che mi hanno spinto a iniziare il volontariato in un ambiente come l’hospice. Sicuramente il fatto che mia sorella lavori lì è stata la motivazione più grande: volevo vedere com’era l’ambiente dove lavora, e senza di lei non avrei mai fatto una cosa simile di mia spontanea volontà, ma sono contento di essermi spinto a farlo.
Ho conosciuto, inizialmente al tempo per telefono, il Dott. Agostino Zambelli, con cui ho parlato delle attività che si sarebbero svolte, e che mi ha affiancato per il primo mese di attività a una “veterana” del reparto, Barbara. Il volontariato in questo reparto solitamente si fa una volta alla settimana, e ogni giorno ci sono volontari diversi. Il sabato, ovvero il giorno in cui ero di turno io la mattina, oltre a me e a Barbara c’è anche Achille, un filosofo e teologo ormai in pensione che si occupa della cura delle piante del reparto.
Le attività dei volontari sono semplici: parlare con i pazienti e i parenti, offrire loro magari un caffè, aiutare il personale del reparto se c’è bisogno. Alcuni addirittura cucinano il pranzo per tutto il personale di turno (cosa che tra l’altro ho fatto anche io) nella cucina del reparto. Noi volontari, solitamente, cerchiamo sempre di rimanere “distaccati” dai problemi medici dei pazienti (a meno che non siano loro a parlarne di spontanea volontà), perché il nostro obiettivo è anche “smorzare” l’aria pesante che si potrebbe respirare in ospedale. Per questo ho accettato, quasi con leggerezza, di fare questo volontariato.
Con il passare delle settimane, però, mi sono reso conto che questa esperienza mi stava cambiando. Io che sono sempre stato abbastanza freddo, ho iniziato a capire davvero cosa significa l’empatia: non vuol dire fare grandi cose, ma semplicemente stare vicino a qualcuno che soffre, ascoltarlo e farlo sentire meno solo. Ho imparato anche cos’è la disciplina: la scelta di essere lì ogni sabato mattina, sapendo che qualcuno conta sulla mia presenza. Ho visto da vicino il sacrificio del personale e delle famiglie, che danno tutto pur di stare accanto ai propri cari negli ultimi momenti. E questo mi ha fatto capire quanto sia preziosa la vita, portandomi a dare il giusto peso alle cose e ad apprezzare molto di più ogni singola giornata.
Attualmente continuo a frequentare il reparto da volontario, purtroppo non più tutti i sabati (come all’inizio) in quanto non ho più quello come giorno libero, ma ciononostante cerco di ritagliare, quando posso, un pomeriggio nella mia settimana – impegnativa a causa della scuola – per stare a fianco del personale e dei pazienti. Alla fine, quello che era iniziato come una semplice attività per i crediti della maturità è diventato un impegno che continuo a portare avanti volentieri, perché è un’esperienza che mi arricchisce e mi fa crescere ogni volta.