Caregiver familiari: uno studio che aiuta a guardare oltre i luoghi comuni

Un recente studio coordinato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, in collaborazione con le Università di Verona e del Molise, ha acceso i riflettori sul ruolo dei caregiver familiari, offrendo uno sguardo più articolato e meno stereotipato su chi si prende cura quotidianamente di una persona fragile.

La ricerca, condotta su un campione di oltre 1.500 persone, mostra come il caregiver non sia sempre un soggetto completamente isolato, ma spesso il nodo di una rete di relazioni, fatta di familiari, amici, vicinato e contatti sociali. Solo una minoranza dei caregiver risulta priva di qualsiasi forma di supporto, mentre per molti esiste un capitale relazionale che può – e deve – essere riconosciuto e sostenuto.

Lo studio, che è stato ripreso e approfondito da diverse testate nazionali, invita a cambiare prospettiva: non concentrarsi solo sulla singola figura del caregiver, ma sul caregiving come processo relazionale che coinvolge più persone e che dura nel tempo.

È un tema che tocca da vicino anche l’esperienza dell’Hospice: molti pazienti arrivano dopo mesi o anni di assistenza familiare intensa, che lascia segni profondi non solo sul corpo, ma anche sul vissuto emotivo di chi ha accompagnato la malattia.

Per questo, parlare di caregiver significa parlare di cura a tutto tondo, di reti di sostegno, di attenzione non solo al malato, ma anche a chi gli è stato accanto lungo il percorso.

L’Hospice, quindi, diventa l’ultimo anello della rete di sostegno ai caregiver (che spesso non lo conoscono) prendendosi cura di tutti, malati e chi li assiste da tempo, nell’ultimo tratto di strada.